Quando eravamo rimasti?

Tanti posti possono essere “casa”…basta solo tornarci e farli rivivere.

Ci si becca da queste parti…

Un addio dopo l’altro…

Non esiste mai un modo facile per dire addio ad un amico. Eppure questo maledetto 2011 mi costringe nuovamente a farlo, per la terza volta.

E allora da questo posto frequentato in maniera del tutto estemporanea quasi esclusivamente da me, voglio in qualche modo mettere nero su bianco questi addii. Un po’ per ricordare tre persone completamente diverse che hanno lasciato un segno nella mia vita, un po’ per dire a me stesso che davvero non ci sono più.

A  Luca

Muldon dei Ghiacci…così ti conobbi. E io per te ero Kahl perché il mio nickname per esteso era abbastanza impronunciabile. Non ci volle molto perché diventassimo Luca e Manu. Bastò una chiacchierata di fronte ad una birra nell’unico bar di Chianale…poi la disperata ricerca di una pizzeria aperta e infine una dormita non prevista nella tua Clio ad ascoltare i miei cd con le canzoni dei cartoni animati. La storia del nostro primo incontro giace ancora tra le pagine del sito dei Raminghi.

Quello che non c’è scritto è quanto siamo stati legati nonostante le distanze geografiche. Figli dello stesso segno eppure così diversi nel carattere…a volte eri un rebus…probabilmente lo eri anche per te stesso. Perennemente a metà tra la voglia di seguire un istinto incostante e mutevole e la razionalità del dovere. Quel dovere che tu prendevi tanto sul serio, troppo, specialmente negli ultimi anni.

Profondo tanto da perdercisi dentro…avevi sempre la capacità di incasinare i miei ragionamenti semplici e di mettere mille punti interrogativi dove per me erano solo certezze…ti adoravo per questo. Abbiamo visitato posti e fatto cose che sono diventate speciali e leggendarie perché eravamo noi a farle. Tu eri un Ramingo, forse il più Ramingo di noi.

Ed eri fragile…un gigante fragile. Ciò che non perdonerò mai a chiunque ti abbia portato via è di averlo fatto proprio quando avevi trovato la tua naturale compagna…è stato come se avessi trovato la chiave per tradurre te stesso…con lei tutto quadrava…perfino la tua sconclusionatezza e i tuoi deliri metafisici. Lei ha tradotto l’intraducibile, è scesa giù…in fondo, dove forse nemmeno il Signore dei Ghiacci stesso era mai sceso. Non ti ho mai visto sorridere e parlare così. Eri Felice.

E questa è la cosa più bella ed allo stesso tempo più terribile da accettare. Ti sei svegliato da un incubo per andartene per sempre.

Mi mancherai…sempre.

 A Vik

Esistono incontri e persone che ti cambiano la vita. Non importa quanto durano. E in quella sera tu, Vik, l’hai cambiata a molte persone. Me compreso. Quando raccontavi di Gaza tenevi lo sguardo fisso…come in una visione…una visione terribile. Ma eri anche capace di sorridere come quando ti misi al collo quel piccolo ciondolo sardo portafortuna.

Quel “Restiamo umani”, che ormai è diventato l’imperativo per chi ti ha conosciuto, era evidentemente difficile da vivere per chi come te ha visto la violenza e l’orrore perpetrato da Israele ai danni della popolazione civile di Gaza. Hai visto l’efferatezza di una violenza cieca ed allo stesso tempo programmata a tavolino, hai tentato di dare voce a un popolo che voce non ha se non quando la sua voce viene fatta passare come quella di chi ha sempre torto, perfino ad esistere.

Il tuo coraggio non stava nel metterti davanti ai cecchini o nello stare sotto le bombe israeliane. Il tuo coraggio era quello di chi nonostante tutto cerca di mantenere umanità e di portare la verità fuori dalla gabbia entro cui viene costantemente rinchiusa.

Il coraggio di sentirsi dare del “terrorista”, il coraggio di replicare con fatti e testimonianze vissute sulla propria pelle ai costruttori di verità preconcette. Il coraggio di dare un nome, un volto e di raccontare la storia delle migliaia di vittime civili di Gaza. E di chiamare gli assassini assassini.

Ti hanno insultato ed esaltato in ogni modo. Amico dei terroristi…eroe…martire.

Per me eri molto di più, eri un Uomo.

Forse non sapremo mai chi ti ha tolto la vita né avremo giustizia per questo, ma hai seminato bene e siamo in tanti a cercare ogni giorno di restare umani.

Ciao Vik

 A Christian

Se dovessi scegliere una colonna sonora per ricordarti non avrei dubbi: Petit Miguelito…credo di aver imparato a memoria ogni canzone a furia di sentirla mentre viaggiavo con te…quei nastri erano praticamente consumati. Razionale e paziente…a volte mi chiedevo come riuscissi a sopportare uno studente sardo chiacchierone e a volte troppo curioso come me. Non esagero se dico che la mia tesi è per la maggior parte merito tuo. Mi hai raccontato il Benin, mi hai fatto ottenere una lettera di lasciapassare per tutte le scuole del paese nientemeno che dalla ministra in persona. Hai passato ore a raccontarmi del sistema scolastico beninese di cui tu eri un magnifico esponente. Un imponente prof di matematica che sorrideva praticamente sempre. Il tuo vocione calmo ha scandito per mesi il mio primo viaggio in Benin…e poi correggevi il mio pessimo francese, imparato sul campo dopo che per settimane avevo parlato solo con te…unico in grado di capire l’inglese e un po’ di italiano. Sei stato davvero una guida, in ogni senso.

E ricordo quando mi cazziavi perché mangiavo l’ignam troppo lentamente e si freddava diventando cemento… e avevamo ancora un milione di cose da fare. O quando viceversa mi spiegavi che le code in Africa possono durare anche molto più di quanto la pazienza di un bianco è abituata a sopportare. E ricordo ancora quando io, te e Cesare ci trovammo a Dantokpa ad aspettare Justine, Patrizia e Valentina nel loro giro shopping…e lì capii che anche in Benin un uomo può passare delle ore fuori da un negozio in attesa di complicatissime scelte stilistiche.Ricordo anche quanto eri affettuoso con i tuoi figli, perfino con quel testone di Roland, in piena crisi post adolescenziale. E quanto eravate belli tu e Justine quando a volte partivano dei siparietti familiari che facevano ridacchiare me e le ragazze.

E poi i progetti per la Maison de la Joie…la nascita della ong. Le levatacce per fare da guida ai gruppi di turisti della casa…ne abbiamo passate un sacco…non era facile gestire la varietà umana che di mese in mese si riversava nella Maison, ma tu avevi il dono della comprensione e quello di saper dire sempre le cose con garbo. Io non ne sarei stato capace.

Sono passati tre anni dal mio ultimo viaggio a Ouidah e anche se non mi sono fatto sentire spesso, voi siete sempre rimasti nei miei pensieri. Spero solo che Justine, Roland e le ragazze riescano a superare questo momento terribile che anche per me è assurdo e incomprensibile. Le ragioni di questa tragedia le conosci solo tu ed è giusto così.  A me resta l’amarezza per essere stato lontano da voi così a lungo e il rimpianto di non aver potuto, per una volta, restituirti un po’ di quell’ascolto e di quella comprensione di cui forse avevi bisogno in questo momento della tua vita.

Adieu mon ami.

Dal Benin a Milano

“A Milano diventerai razzista anche tu…”

“Milano fa schifo”

“Ma perchè proprio Milano che fa cagare?”

“Potevi scegliere una città col mare!”

“I milanesi sono stronzi”

 

Ecco questi erano i presupposti con cui l’estate scorsa ho lasciato la mia pacifica isoletta e son venuto “giù nel nord” per citare il buon Albanese. Mi son detto “beh sei stato in Africa…Milano sarà una passeggiata…”. E in effetti fino ad ora il bilancio è nettamente positivo, ma…c’è un ma: i bilanci si fanno tenendo conto di tutti i fattori per cui un paio di premesse sono doverose.

Sono arrivato a Milano avendo la certezza di potermi mantenere, almeno per 6 mesi. Sono arrivato a Milano già sapendo dove avrei lavorato, ossia un ambiente “protetto” e insieme a persone con idee abbastanza simili alle mie.

Sono arrivato a Milano che già mi aspettavano e questo è sempre un bel vantaggio.

Le pagine di questo blog dedicate a Milano non hanno dunque la pretesa di riempire di amore per questa città chi per svariati motivi, a torto o a ragione, la odia. E’ invece un punto di vista, del tutto soggettivo evidentemente, sulla mia esperienza di immigrato sardo, di cervello in fuga (per quanto sia una magrissima perdita per la mia terra…) e di “esploratore”. Già perchè è così che mi sento ogni volta che viaggio…a metà tra un bambino di 5 anni e un esploratore rinascimentale.

Il viaggio è cominciato e come al solito in maniera del tutto casuale e sconclusionata ne getterò qui dentro pezzi a caso…

Adieu Babatéla

Rientro in questo diario africano dopo oltre un anno, un anno di grandi cambiamenti nella mia vita, non tutti positivi. Tuttavia se c’è una cosa che l’Africa mi ha insegnato è che ogni cosa ha i suoi tempi e i suoi motivi, anche quando tempi e motivi non coincidono coi nostri desideri. Non sento Justine e i ragazzi praticamente dall’anno scorso anche se seguo a distanza le loro vicende attraverso il blog di Flavio e grazie a lui ho appreso che il “vecchietto del west”, come avevo soprannominato affettuosamente Babatéla, lo zio di Justine, è tornato nel mondo degli spiriti, forse in un paradiso in cui alle anime è concesso farsi un goccetto di sodabi ogni tanto.

Babatéla era un guaritore tradizionale, un vecchietto simpatico e un gran bevitore…ricordo ancora i suoi affettuosi saluti con le uniche parole che conosceva in francese: “ça va? merci merci merci…”, era la litania che ripeteva rapidissimo col suo meraviglioso sorriso mentre mi stringeva la mano ogni mattina. Non parlava alcuna lingua a me comprensibile, ma ricordo il suo sguardo stupito e felice quando venne con noi alla spiaggia di Ouidah dove vide, per la prima volta in vita sua, il mare. E ricordo i racconti divertiti di Justine su come lo zio in preda ai fumi dell’alcool accusasse perfino gli speaker della radio di parlare male di lui…era un bel personaggio Babatéla, vecchietto dolce e sorridente da sobrio, quanto irascibile e buffo dopo qualche bicchiere di troppo. Mi mancherà farmi un goccio con lui e cercare di capirci a cenni, sguardi e sorrisi…con lui sparisce un’altra piccola biblioteca d’Africa.

Adieu Babatéla

Aggiornamento “postumo”

Questo post avrebbe dovuto essere pubblicato un paio di mesi fa, al nostro rientro dal Benin e avrebbe dovuto contenere riflessioni mie e di Vale. Poi, come a volte succede nei rientri, ci siamo rituffati ognuno nel proprio quotidiano e questo post è rimasto in un “cassetto” del mio hard disk.
Vale la pena riesumarlo e continuare a riflettere sul Benin e sull’Africa, ma più in generale su tutti i sud del mondo.

Rientro thriller

Juan, un angelo vestito da coatto

Il nostro rientro è stato un po’ movimentato: tanto per cominciare la mia valigia in arrivo da Casablanca è finita a Parigi e non a Barcellona, per non meglio identificati motivi. Poi il panico si è impossessato di noi quando la carta prepagata di Vale è stata rifiutata per ben tre volte dal bancomat. Morale: restavano solo i soldi per il bus Barcellona-Girona. Il problema era che il bus Barcellona-Girona non parte dall’aereoporto, ma da una stazione al centro della città. Avevamo fame e sete, ma non potevamo usare i soldi rimasti altrimenti rischiavamo di non poter arrivare a prendere l’ultimo aereo, quello che avrebbe riportato lei a Roma e me a Cagliari. Urgeva una soluzione. Cellulari con zero credito…
Intanto mentre l’ansia montava, una famigliola con madre padre e bimbo si è piazzata nei sedili vicino a noi. Lei aveva un’aria molto dolce, lui con magliettina bianca attillata, tatuaggione di drago colorato sul bicipite destro e faccia da gaggio russo.
Alla fine presi da disperazione gli chiediamo se ci fa mandare un sms per cercare di avvisare in Italia che ci mandino qualcosa. Purtroppo Juan, questo il nome del signore, parla solo russo e spagnolo e io non riesco ad usare il suo cellulare. Così mi dice di telefonare direttamente. Faccio una telefonata, ma il problema non si risolve. Alla fine, dalle nostre facce eloquenti, Juan capisce il problema e ci chiede: “Ma vi servono soldi?”, ovviamente noi diciamo di no, ma le nostre facce disperate sono eloquenti e prima che riusciamo a terminare la frase lui tira fuori dalla tasca dieci euro e ce li offre.
Vale diventa di un colore ibrido tra l’arancio e il fucsia, io pure, ma ringrazio mille volte e prendo i dieci euro che ci salvano le chiappe. A questo punto però vorrei se non altro ricambiare simbolicamente e mi ricordo di avere un ciondolo portafortuna che mi è costato due occhi della testa al mercato dei feticci di Lomè (ladri!). Prendo il ciondolo e spiego, in uno spagnolo incerto, a Juan che quel ciondolo viene dall’Africa e porta fortuna. Lui lo indossa all’istante e mi ringrazia.
Non credo si sia chiesto perché se il ciondolo porta così fortuna io mi trovassi con una valigia persa, senza soldi e rischiassi di perdere l’aereo…

Cose in sospeso

Questa volta un velo di tristezza accompagna il mio ritorno: Justine non si è vista l’ultimo giorno e io e Vale ci siamo stupiti non poco che non ci abbia salutato, non è da lei. Ci è subito venuto in mente che avesse problemi di salute, ma non c’è stato il tempo di approfondire. Clemence ha avuto lo sclero adolescenziale e fingeva di non capire il francese, finchè mi ha fatto arrabbiare e alla fine non ci siamo salutati anche se si è alzata alle tre del mattino per vederci partire. Samilia non è tornata da Djougou e quando siamo partiti era già in ritardo di quattro giorni rispetto al rientro previsto a Ouidah…insomma questa seconda esperienza è stata decisamente più dura e meno romantica della prima, come è ovvio che sia. Quando arrivi in un posto la prima volta vedi solo ciò che ti aspetti di vedere, ma cambiando prospettiva e vivendoci a più riprese inizi a calarti nei problemi reali e in quelle dinamiche, completamente diverse dal tuo modo di vivere, che spesso sono dure da digerire.

AGGIORNAMENTO: Dal Benin sono giunte notizie positive su Samilia, è rientrata a Ouidah…speriamo bene.

Soppressat’ Rap

Gli ultimi giorni nella casa sono stati segnati tra le altre cose dalla presenza di due “banditi” come Augustin e Romaric: non ho mai sentito tante minchiate tutte in una volta! Erano fantastici e hanno dato il meglio di sé nel “soppressat’ rap” in cui io e Vale li abbiamo colpevolmente coinvolti. Ci stavamo cappottando dalle risate e speriamo di vederli scalare le classifiche dei video clip più dementi dell’universo!

Congedo

L’apparenza inganna

Comincio questo super aggiornamento (probabilmente anche l’ultimo) dall’incontro con un personaggio straordinario: padre Fiorenzo. Un missionario medico che sta qui tra Benin e Togo da quasi quarant’anni e che ha messo su l’ospedale San Giovanni di Dio di Tanguietà che col tempo è diventato riferimento per la popolazione del nord del Benin, ma anche per quella dei paesi limitrofi. Nel brevissimo tempo che ha potuto dedicarci con estrema disponibilità (non aveva dormito che poche ore e usciva dal blocco operatorio dopo aver fatto un intervento ad un polmone) ci ha spiegato che la nostra idea di Togo più sviluppato e ricco del Benin è falsa ed è dovuta al fatto che Lomè vive di rendita da alcuni progressi economici fatti durante l’epoca del colonialismo e che, dopo le varie dittature che si sono succedute, tutto è andato perduto. Nel nord del Togo padre Fiorenzo ha creato la medesima struttura di Tanguietà, ma in Togo non c’è praticamente vita per quell’ospedale. Il Togo sta messo molto peggio del Benin, che pure non sta bene…

A questo proposito devo dire che spesso io mi lascio prendere dall’entusiasmo e lo descrivo come un paese in condizioni non critiche. E’ vero che il Benin cammina, ma soprattutto nel nord la situazione sanitaria, per esempio, resta terribile ed è nascosta dai media. In questi giorni c’è il colera a Cotonou e 250 casi hanno allarmato il governo e i media, ma nessuno (a parte Fiorenzo) racconta delle centinaia di bambini che muoiono di malaria ogni stagione delle piogge o dell’AIDS in aumento a causa dela fatto che le città del nord sono crocevia naturale di commercio (e prostituzione) tra Benin, Mali, Niger, Nigeria, Burkina Faso e Togo.
La malaria resta la prima causa di morte dei bambini tra 0 e 5 anni. Il nord non ha elettricità e il blocco operatorio dove Fiorenzo e un’altra dozzina di colleghi fanno l’impossibile consuma da solo 120 Kw, si va avanti coi gruppi elettrogeni dunque, ma anche il carburante costa.
Fiorenzo però è uno di quelli che ci crede sempre e comunque e la serenità che trasmette anche in pochi minuti è eccezionale. Purtroppo qui la sanità si paga e anche se l’ospedale di Fiorenzo riesce ad avere un terzo delle sue entrate dai pazienti, resta il problema che si lavora costantemente in perdita, anche di risorse umane. Sono pochi, infatti, i medici locali che finita la specializzazione all’ospedale decidono di restare, per la maggior parte vanno all’estero (Francia di solito) oppure nella capitale dove le condizioni lavorative sono migliori e le prospettive di carriera allettanti.
Inoltre anche chi viene formato in Europa ha poi difficoltà ad adattarsi ad un ospedale “di frontiera” dove le attrezzature non sono certo ultra-moderne e dove uno come Fiorenzo, che è chirurgo, deve coprire i ruoli più disparati fino alle visite ambulatoriali.

Di regine e di re, di villaggi sperduti e di notti da incubo

Se c’è una cosa che non manca in Africa sono le regine e i re. Nella toccata e fuga in Togo abbiamo conosciuto la regina di Agbdografo. Grazie alla nostra vicina di casa che è la nipote, abbiamo potuto apprezzare questa donna imponente dallo sguardo severo (mi ha ricordato nonna Angela) e dal contegno davvero regale. Il villaggio è stato poi una sorpresa inaspettata: l’antico Porto Seguro, in continuità con Ouidah, reca i segni ancora visibili dello schiavismo. Nel palazzo della regina (non troppo diverso da una normale abitazione) vi sono alcune catene originali usate per legare gli schiavi, due cannoni evidentemente dati in cambio della merce umana e due enormi vasi di metallo in cui veniva preparato il sapone per una compagnia la cui sede era a Marsiglia…vi dice nulla?
Addentrandosi nel villaggio si scopre poi una casa-magazzino dove venivano stipati gli schiavi sotto un pavimento di legno. Per entrare venivano fatti passare da piccoli archi nel basamento esterno della casa cosicchè erano costretti a strisciare. Sotto il pavimento, alto poco più di un metro, non era possibile stare in altra posizione che seduti o sdraiati.
Ciò che colpisce è che questa casa è rimasta tale e quale a come era nel 1835, senza alcun restauro.
Dal 2007 è diventata patrimonio dell’UNESCO dopo che un gruppo di pellegrini afroamericani statunitensi ha deciso di compiere un tour di un anno alla ricerca delle proprie radici. Ai visitatori viene permesso di scendere sotto il pavimento da una botola all’interno della casa…pensare che lì sotto venivano pressati fino a 100 schiavi (lo spazio non basta nemmeno per 20 persone in condizioni normali) al buio, in mezzo alla polvere e ai topi è veramente impressionante.

Poi è stata la volta del nord del Benin dove per la seconda volta ho incontrato il re del popolo Taneka Coco e il vecchio saggio con la pipa. Con quest’ultimo l’unico rimpianto è di non aver potuto stampare la foto che gli feci l’anno scorso coi figli, per regalargliela. Qualche problema col nugolo di bambini e ragazzini che per tutto il tragitto dal villaggio alla grotta sacra, e ritorno, non ha fatto altro che chiederci soldi e regali. Davvero troppo insistenti e, se vogliamo, anche questo è un segno dei tempi che cambiano, chissà quanto dureranno ancora i Taneka prima di trasformarsi nell’ennesimo popolo che fa il verso a se stesso per compiacere i turisti…

Altra tappa molto interessante (ma per me tragicomica) è stato il villaggio di Koussoukengou, per gli amici Koussou.
Lì abbiamo dormito una notte dentro le famose case Somba, sorta di castelli a due piani, alti due metri e mezzo, fatti di argilla e paglia con varie torrette rotonde a formare granai e camere. Entrare in queste ultime è come entrare in una bacinella coperta da un cono di paglia, il pavimento infatti è 30 cm più in basso dell’ingresso che a sua volta è un buco a livello del cortile esterno. Il cortile esterno su cui si affacciano le camere è come un terrazzo circolare. Il che significa che per entrare o uscire è necessario fare dei contorsionismi non indifferenti.
Non esistono ovviamente bagni salvo una grondaia nel cortile che scarica di sotto. Durante la notte il padrone di casa dorme nell’ingresso-stalla al piano di sotto, con gli animali, e chiude sia l’ingresso della casa che la porta che da sul cortile-terrazza, morale: fino al mattino dopo non c’è modo di uscire.
In questo contesto di comodità insuperabile, diarrea e nausea sono compagni eccezionali a cui si può mescolare un tocco di tempesta notturna che non guasta mai. Passare dai 40 gradi di una cameretta angusta ai 25 dell’esterno battuto dalla pioggia, con in corso una crisi di cagotto e vomito è un’esperienza tra le più interessanti al mondo…
A ciò si aggiunga che per quanto il mio senso del pudore sia relativamente basso, chiunque passi all’esterno della casa intuisce facilmente cosa succede là sopra dato che il parapetto del cortile è alto mezzo metro, per non parlare del fatto che se in quel momento qualcuno dei compagni di viaggio mette la testa fuori dalla camera assiste a qualcosa di orrendo. Dimenticavo il clou: niente energia elettrica per cui dovevo compiere tutte queste peripezie con una torcia che attirava anche tutti gli insetti dell’Africa occidentale.
Ho imparato a bestemmiare in lingua ditammari…

NOTA: qualcuno ha detto che tutto ciò è stato causato dagli spiriti maligni inviati da Vero, perché a cena ho attaccato bottone con due studentesse francesi, molto carine che alloggiavano in un alberghetto poco distante dal villaggio. Tengo a sottolineare che l’unico motivo per cui ho parlato con delle ragazze francesi era per vedere se io sono in grado di reggere una conversazione con qualcuno che parla il francese D.O.C.
(e poi amore lo so che non saresti così cattiva da mandarmi tutte queste piaghe assieme…forse)

Menzioni speciali

La visita a Barei, delizioso villaggio yom in cui riposano le radici di Christian. Per lui non è stata una visita come le altre, aveva una luce diversa negli occhi e la voce emozionata, tutta la sua famiglia viene da lì. Abbiamo visto la casa dei genitori e quella del capostipite con dentro le tombe degli antenati. In quel villaggio ha giocato studiato ed è diventato grande coi suoi fratelli. Un codazzo di bambini ci ha poi seguito dal mercato fino a casa sua dove li abbiamo fatti giocare nonostante la loro palese poca abitudine ai giochi di gruppo.
E poi il racconto di come suo nonno, musulmano, affidò l’istruzione di suo padre ai missionari cattolici, motivo per cui anche Christian è cattolico, una cosa per me davvero sorprendente se rapportato a quei tempi.
E poi i saluti tradizionali, le genuflessioni, gli “eeeh” rimpallati dal giovane al vecchio e viceversa e poi l’incontro col re di Barei, un simpatico signore dall’ottimo francese che ha lasciato il suo lavoro di funzionario quando l’oracolo lo ha designato come successore al trono. Perché qui le successioni dipendono più dal fato che dalla discendenza.

Lawa

A volte quando leggete un libro non avreste voglia di conoscerne l’autore? Io sì. E nell’ultimo libro di Marco Aime che ho letto figura un altro autore: Toku Lawa. Sapevo dal libro che sta a Natitingou e allora perché non cercarlo?
Non è stato difficile trovarlo e nemmeno innamorarsi del suo sguardo vispo. Lui ha una botteguccia di anticaglie e artigianato e parlando abbiamo scoperto che è del villaggio di Christian e che addirittura ha allevato un suo fratello.
Fattigli i complimenti per le sue storie, contenute nel libro, sono entrato a dare un’occhiata nella sua bottega e tra tutti gli oggetti che c’erano l’ho vista: vecchia e impolverata, ma bellissima nella sua semplicità. Una spada.
E’ stato amore a prima vista, anche se ancora non so come me la porterò in Italia.

Aggiornamenti dell’ultim’ora e saluti

A Djougou abbiamo incontrato Samilia, dovrebbe rientrare Ouidah domani, ma non ci crederò finchè non la vedrò qui.
A me e Vale hanno anticipato l’aereo tra Cotonou e Casablanca di quasi un giorno, ma non quello tra Casablanca e Barcellona, il che significa che ci faremmo mille mila ore di scalo al Mohammed V… e che due palle!! Entrambi stiamo a terra coi soldi dunque non possiamo manco andarci a vedere un pezzetto della città. Inoltre Valentina prenderà il volo Girona-Roma nel pomeriggio del 6, mentre io dovrò sciropparmi ancora mezza giornata a Girona perché parto la notte: e che quattro palle!!!
Intanto io sto male, ho la febbre e una piccola infezioncina intestinale (se no il viaggio era troppo semplice…) e sono davvero stanco. Questa volta la voglia di casa è molto maggiore, complice anche il fatto che questo soggiorno è stato stressante sia climaticamente che per altri versi. Tuttavia mi si affacciano alla mente alcune pippe mentali tipiche da pre-partenza: che faccio quando torno? Potrò ritornare qui in Benin? Quando?
Credo che la risposta è dentro di me e però è sbagliata…

Sono vivo…

Nota: L’aumento dell’estemporaneità del blog è dovuto al mio impegno come accompagnatore turistico, ma sto bene.

Per pochi eletti (dedicato a Cesare…)

E’ LIIIIQUIDOOO !!!

Scoobidoo e Zio Paperone

Se vi capita di andare a visitare il palazzo reale di Porto Novo, capitale politica del Benin, fate attenzione alla botteguccia dei souvenir all’ingresso. Lì tra maschere (sempre uniche e antichissime…) collane e statuine moderne fatte con pezzi meccanici riciclati potrete trovare il più tipico dei souvenir beninesi, il trait-d’union tra la cultura Gun, quella Fon e quella Yoruba: lo scoobidoo.

Pare che perfino il re Toffa ne possedesse uno a cui teneva agganciate le chiavi del palazzo reale mentre si avviava verso la macchina con l’autoradio sotto il braccio…

Tradizionale è anche il boubou indossato da un signore di Ouidah: completamente bianco e decorato con l’effige di alcune divinità vodoun…Zio Paperone e Qui, Quo, Qua (!)

Samilia addio?

Sarebbe lungo descrivere i delicati equilibri che regolano la vita delle famiglie in Africa, ma questa vicenda potrebbe essere un’altra delle cose che non digerirò mai di questo posto.

Jamila la sorella maggiore di Samilia ha infine deciso di sposarsi e rinunciare a continuare i suoi studi, nonostante mezza famiglia di Justine si fosse opposta ad un padre ignorante che segue ciecamente la legge musulmana. Samilia voleva partecipare al matrimonio, come anche il padre aveva richiesto. Il rischio però era alto e Justine l’ha messa in guardia: potrebbe anche succedere che dopo 4 anni passati qui interamente a carico di Christian e Justine, che le hanno pagato anche gli studi, il padre impedisca a Samilia di tornare alla maison per farle seguire la sorte della sorella maggiore, cioè sposarsi e diventare una musulmana sottomessa e senza un titolo di studio decente.

Io mi sono permesso di intromettermi almeno per sapere se la presenza mia e degli altri italiani, pronti a cambiare programma al loro tour pur di aiutare Samilia, avrebbe fatto desistere il padre da eventuali tentativi di segregare la figlia. Justine mi ha spiegato che suo fratello è molto ignorante e nemmeno la presenza di stranieri sarebbe sufficiente a farlo desistere. Oltretutto Samilia è minorenne ed anche da un punto di vista legale (oltre che tradizionale) il padre è in vantaggio. Le uniche opzioni erano che Samilia rinunciasse al matrimonio e restasse qui a Ouidah dove il padre non ha alcun imam a cui appellarsi e dove Justine gioca in casa propria (è un molto più complesso, ma accettate questa semplificazione), oppure che la sorella maggiore di Justine che sta al nord si opponesse al fratello. Purtroppo Celine è rimasta scottata da Jamila che prima ha detto di voler continuare gli studi poi, una volta messa a confronto col padre e con la zia, ha tradito quest’ultima e si è sottomessa al volere del padre. Una cosa del genere qui equivale ad una colossale onta, tanto che Celine non vuole più avere nulla a che fare con la nipote e non andrà nemmeno al matrimonio. Morale: Samilia è partita, sicura di poter tenere testa al padre e di non fare la fine della sorella. Io non sono molto fiducioso anche se Justine dice che il nonno materno di Samilia ha promesso di prendere la nipote anche contro la volontà del genero (che in questo caso da un punto di vista anagrafico perderebbe) e rimetterla su un taxi per Ouidah non appena i festeggiamenti finiranno. Vedremo.

Ma Samilia mi manca e l’idea che possa non tornare mi fa davvero rabbia…

Un altro mondo

Una volta superato il confine che da Hillacondji porta in territorio togolese sembra di entrare in un altro mondo: strade quasi europee, taxi quasi nuovi, senza i segni delle testate sul parabrezza, un po’ di regole (ci hanno multato perché contrariamente al Benin si viaggia massimo in quattro dietro e uno davanti anzichè due) , niente odore nauseante di carburante, perfino a Lomè, capitale del Togo. Nulla al confronto del casino, dell’inquinamento e dell’anarchia beninese. L’unica cosa davvero stressante è che avendo molto più turismo europeo i mercanti conoscono alcune frasi in italiano che ripetono in continuazione per agganciare i clienti tricolore. E soprattutto, non ti mollano MAI !

A parte ciò un’esperienza molto interessante in un paese che mostra i segni di uno sviluppo economico decisamente notevole (almeno per ciò che si vede a sud). Io e Patrizia abbiamo lasciato qualche lacrimuccia sui tir di cemento che passavano in ogni dove (a Lomè lo fabbricano), pensando al fatto che alcuni progetti che il Comitato d’Amicizia di Faenza ha in Benin soffrono proprio la carenza di questo bene. Il Benin non produce grandi quantità di cemento ed essendo in pieno boom edilizio quel poco che arriva dall’estero viene cannibalizzato dai venditori al dettaglio e dalle grosse imprese.

Alla prossima

Domani parto con i turisti per il nord e non porterò il pc con me. Se tutto va bene aggiornerò il blog al mio ritorno, il 31.

A bientot!